Giovanni Amendola e la battaglia per la democrazia, di Gerardo Bianco Intervento di apertura, del presidente dell’ANIMI, al Convegno: ’’Giovanni Amendola, una vita in difesa della libertà’’, svoltosi a Roma il 24 e il 25 novembre 2016, alla presenza del Capo dello Stato

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Giovanni Amendola e la battaglia per la democrazia, di Gerardo Bianco Intervento di apertura, del presidente dell’ANIMI, al Convegno: ’’Giovanni Amendola, una vita in difesa della libertà’’, svoltosi a Roma il 24 e il 25 novembre 2016, alla presenza del Capo dello Stato

Giovanni Amendola e la battaglia per la democrazia, di Gerardo Bianco

Convegno AmendolaLe siamo molto grati, Signor Presidente della Repubblica, per aver accolto il nostro invito. La sua presenza conferisce particolare rilievo a questo nostro convegno di studio su Giovanni Amendola, nel novantesimo anniversario dalla sua morte, dopo la violenta aggressione fascista del 21 luglio 1925, a Montecatini. Ne abbiamo visto i segni nella camicia insanguinata esposta qui davanti nel corridoio, accuratamente conservata con amore dai familiari come ricordo.
Onorevoli e rappresentanti del Senato e del Governo, Signori e Signore, siamo qui, nell’Aula che vide Giovanni Amendola protagonista impavido contro l’involuzione illiberale antiparlamentare e antidemocratica dello Stato italiano.
Desidero vivamente ringraziarLa Signora Presidente della Camera per aver concesso, in via straordinaria, questo luogo, così carico di memorie, che racconta l’opposizione antifascista ma anche l’annuncio degli albori della Repubblica, quasi un nesso emblematico che collega i due momenti della storia d’Italia.
Dieci anni fa ci ritrovammo in questa stessa Sala alla sua presenza, Signor Presidente Napolitano (che ringrazio e saluto con affetto) per commemorare Giovanni Amendola, con una mirabile rievocazione di Gennaro Sasso e di numerosi altri studiosi. Fu un evento fortemente voluto da Pietro, attento custode della memoria paterna, che incalzava per il completamento dell’Epistolario che aveva affidato all’A.N.I.M.I., l’antica Associazione meridionalista di Umberto Zanotti Bianco, di Pasquale Villari, di Leopoldo Franchetti e di Giustino Fortunato,e alla cura scrupolosa, scientificamente sicura di Elio d’Auria che ringrazio per la lunga, laboriosa dedizione alla ricostruzione non semplice dell’intero epistolario amendoliano.
Ora, l’impegno assunto con Pietro (caro Giovanni, cara Antonella, cara Piera) è stato mantenuto. L’ultimo volume, il sesto, è qui fresco di stampa, ed è il più drammatico; copre infatti l’anno cruciale dell’Aventino,1925 – 26, registra il tentativo vano di Giovanni Amendola di fermare la deriva autoritaria e di ripristinare con le sue dignitose, ma inascoltate, lettere al Presidente della Camera, sottoscritte anche da altri leader politici come De Gasperi e Turati, le regole del parlamentarismo e della vita democratica. Ma il volume rivela anche uno spaccato dello spirito del tempo, di un certo ceto intellettuale e politico che si rispecchia, per esempio, nelle lettere di solidarietà espressa a Giovanni Amendola dopo l’aggressione del luglio 1925. C’è, in quelle lettere, molta materia per la ricerca storica, su una vicenda politica che continua a far discutere, quale fu quella dell’Aventino.
Non presumo certo di pronunciare su quel periodo, storiograficamente controverso, un giudizio politico, ma mi sembra di poter affermare, confortato dalla premessa all’ultimo volume di Elio D’Auria, che troppo spesso si è giudicato l’Aventino col senno di poi, con la classica arroganza dei posteri, dei profeti appunto del giorno dopo, inconsapevolmente suggestionati dal successo del potere, per cui se si perde si ha torto anche se a vincere sono gli impostori, gli impulsi irragionevoli della piazza, la negazione delle libertà, la sottomissione al Capo di turno e dunque la rinuncia alla dignità di cittadino. È una tendenza che vedo riemergere nei nostri giorni. Ciò che a me pare invece incontrovertibile, nella storia dell’Aventino è la nobile testimonianza nella difesa intransigente dei valori liberali e statutari che ebbe in Giovanni Amendola l’indiscusso leader. Proprio per approfondire questa tematica sono state organizzate le due giornate di studio impostate da Guido Pescosolido e Fabio Grassi Orsini in collaborazione con la Segretaria generale dell’A.N.I.M.I. Cinzia Cassani ai quali esprimo il mio sentito grazie. Sono due giornate articolate in quindici relazioni di illustri e autorevolissimi studiosi.
Lo scopo del convegno non è celebrativo. Non sarebbe piaciuto a Giovanni Amendola studioso di Vico e di Kant, profondamente intriso di cultura filosofica mitteleuropea e neppure a Pietro, austero collega di anni in cui il dibattito politico, anche da fronti contrapposti si intrecciava con quello teorico e sociale. L’obiettivo è di andare più a fondo, con lo studio dell’opera di Amendola, nella comprensione di un’epoca che vide la crisi dello Stato liberale e l’illusione della sua restaurazione con il fascismo che si trasformò in regime oppressivo e violento, antisemita e guerrafondaio. C’è da trarre molti insegnamenti da quella storia anche per il nostro tempo.
La democrazia oggi non è in buona salute. Molte inquietudini agitano le nostre società. Un vento malsano spira nell’Occidente democratico. Occorre, dunque, saper ricercare le risposte giuste senza regredire. Lo studio della storia può aiutare a trovare le opportune soluzioni se la politica saprà ascoltare. Nell’800 Francesco De Sanctis scriveva che il popolo è poetico; ama sognare e aggiunge: e diventa anche preda delle illusioni e dell’inganno, ma, i popoli che hanno radici nella cultura greco latina e cristiana e oltre due secoli di ricerca illuminata sulla libertà e la democrazia, sanno, prima o poi, correggersi dalle sbandate occasionali e ritrovare la strada della “buona politica” che sa tessere trame di equilibrio, di pace sociale tra i popoli, in definitiva di autentica civiltà.
È in un testo antico la più felice definizione di un popolo libero e della democrazia. Ma in quel dialogo euripideo c’è anche l’avvertimento che la democrazia è fragile se non è difesa dai democratici. È soprattutto questa la lezione di Giovanni Amendola
Le regole non bastano, sono le persone che amano la libertà che difendono la propria dignità di cittadini a ravvivare la democrazia. Si può anche perdere nell’immediato e poi vincere nel tempo. Così accadde a Giovanni Amendola. Lo intuì e sancì Roberto Bracco (Pietro Amendola mi corresse 10 anni fa il nome da me sbagliato) dettando una semplice e profetica epigrafe per la sua tomba: “Qui vive Giovanni Amendola, aspettando”.
Egli non vinse la battaglia del momento storico ma gettò i semi che furono raccolti dalla giovane generazione che ha scritto poi pagine importanti della nostra democrazia repubblicana. In questo ultimo volume dell’epistolario c’è una lettera di Ugo La Malfa che a me pare, sotto questo profilo, particolarmente significativa. Fu scritta appena qualche settimana prima dell’aggressione fascista. Il giovanissimo La Malfa si rivolge con grande rispetto ad Amendola, chiamandolo Eccellenza, e così scrive: “Colgo l’occasione per esprimerle [...] l’affetto e l’ammirazione grande per quella lotta che ella ha sostenuto a viso aperto, senza tentennamenti e incertezze, fin dall’inizio”, per poi concludere: “È perciò che noi giovani non disperiamo e guardiamo all’avvenire con fiducia”. Costò sangue, una guerra e immani sofferenze, ma quel seme amendoliano germogliò e contribuì a formare quella classe dirigente che, ripeto, gettò le basi della storia democratica italiana.
Questa prospettiva mi sembra sia implicita in quelle ultime parole scritte da Amendola come Introduzione agli Atti del Congresso dell’Unione Nazionale del luglio 1925, il mese dell’aggressione, che sembrano rassegnate ma che suonano invece come un grave monito. Vale la pena rileggerle. Così egli scriveva: “Ed il paese, bisognoso soprattutto di forza morale, di carattere e di coscienza, già trae inestimabile vantaggio da questo soltanto: che un ideale sia nobilmente servito, con dignità e con sacrificio, da uomini integri e saldi, senza via di ritorno. Occorre (così concludeva) il lavoro di molte vite – a fondo perduto – per gettare le solide fondamenta dell’Italia di domani. Noi doniamo quello di cui siamo capaci: senza calcolo e senza rimpianto”. Ed egli non ebbe esitazioni e pagò con la vita la sua dedizione agli ideali di libertà, così come Aldo Moro, voglio qui ricordarlo, due figure emblematiche di difesa del sistema parlamentare e democratico. Nella Sala Aldo Moro, concessa dalla Presidente Boldrini, significativamente continuerà questo nostro Convegno di studio.
Giovanni Amendola e Aldo Moro, che Ella, Signor Presidente della Repubblica, con profonda sensibilità umana e politica, ha rievocato nel centenario dalla nascita, ci ammoniscono che la democrazia è sempre difficile e fragile, e che i suoi nemici, la demagogia, l’oclocrazia, la tirannide, come dicevano gli antichi greci, e oggi le democrature sono sempre in agguato. Essi ci ricordano che la democrazia non è una conquista per sempre e va difesa, giorno per giorno, con spirito vigile e con intransigenza che può costare anche il sacrificio della vita.
A tutti voi, Signori e Signore, un vivissimo grazie per la solidale partecipazione.

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