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Notai, togati e nobili di provincia

Pubblicazioni | Collezione di Studi Meridionali

Ceccarelli Alessia
Notai, togati e nobili di provincia. I percorsi sociali, economici e politici di una famiglia genovese nel Regno di Napoli (secc. XV-XVII)
Lacaita, Manduria, 2007

Premessa

Se la storia dei genovesi è una difficile pratica, quella dei liguri fuori da Genova è davvero una pessima idea, non per nulla rimane, in sostanza, ancora da scrivere, ad oggi in fase di sondaggi preliminari. Nel primo caso una vicenda di famiglie, anzitutto, che Edoardo Grendi leggeva e offriva in termini di morfologie socio-culturali, qui un problema omologo ma più complesso, quello dei De Mari nel Meridione d’Italia o meglio dei De/de Mari, aristocratici di vecchia nobiltà, di cui nulla sapevamo. Partiamo dal piano delle definizioni che poi si lega alla questione delle fisionomie: non mi pento di un titolo che dovrebbe dare coordinate essenziali, preparare all’idea di una dinamica di gruppo che chiamo genovese perché altrimenti non potrei significare. Non è tanto il mero dato di un’origine che giudico ormai certa, c’è una summa di caratteri sociali, culturali, economici e politici da cui discende una connotazione identitaria che o pertiene Genova o appartiene a quei genovesi la cui storia si dovrà pur tentare. In queste pagine, ove si tratta di notai che si fanno togati per divenire proprietari terrieri, nobili di provincia, un retrogusto volutamente odeporico: gente in viaggio sulle strade del regno, che disegna itinerari di per sé inconsueti, che si muove entro uno scenario già fluido, sotto un cielo increspato e talora agitato da forti correnti, dagli scontri cetuali partenopei alle guerre di fazione, nella Murgia barese. Un volume, due sezioni, che riassumono gli snodi di fondamentale salienza 1) dalla Liguria al Mezzogiorno, verso Napoli (1480-1572): altri uffici, altri ruoli, ora nuovi cittadini di diversa nobiltà 2) alla periferia di un sistema (1572-1680) cioè in Puglia (Terra d’Otranto e Terra di Bari) ma il paradigma che decifra in modo completo questo ennesimo mutamento geografico oltreché fisionomico (socio-professionale, politico, economico) è dogane-debito pubblico-mercatura-milizia-rendita feudale o fondiaria. Percorsi che letteralmente attraversano e superano panorami, episodi e figure suggestivi a prescindere da quel che sa dirne questa narrazione, perciò il lettore non si arrenda all’ostacolo che il primo capitolo pone, non si convinca di essere in un labirinto né si senta (troppo) messo alla prova. Ogni viaggio inizia alla conoscenza di un limite, anzitutto il proprio, e io dovevo rappresentare l’altezza di un muro, vera sfida di una ricerca che ora è paga ma che qui non si compie. Notariato e nobiltà, notai e mercanti, notaio e toga, tre nessi cardine di un ragionamento che non immaginava di scalfire certezze, di trovarsi a circoscrivere autentici dogmi. Per anni i1 dubbio di un’impresa ormai fuori misura, di un dedalo, appunto, che non conteneva tesori e semmai condannava alla più nera sventura. Chi desiste continui a fidarsi appena quel tanto da passare oltre ma ricordi che il viandante è solito sostare ove il cammino, divenuto più agevole, invita a godere del paesaggio o altrimenti suscita la riflessione. Napoli, anzi Capuana, per l’intero Cinquecento, è davvero mirabile: banche, confraternite, tribunali e ancora l’intenso lavorio delle curie notarili, una famiglia ora numerosa che ascende e si trasforma, che in certo senso si scopre e si conserva genovese facendosi partenopea. Poi Lecce e Altamura, dove l’ambizione diventa magnificenza e il mondo delle magistrature si confonde con quello feudale, nel grande mercato dei favori politici, tra vecchie e nuove alleanze, delle rendite, dei blasoni, degli uffici, dei partiti di olio e di grani. Queste vicende di epilogo appariranno forse più ricche, meno appannate e distanti, una precisazione documentaria e metodologica, allora, che sento necessaria pur nella consapevolezza di trasmettere un’altra delusione: le fondamenta di questo lavoro corrispondono a due distinti nuclei di fonti, il modesto archivio privato dei de Mari di Altamura (APMA, XVI-XX sec.) che semplicemente definirei qui, per ragioni di sintesi, primo rinvenimento, e d’altro canto il fondo Visitas de Italia, dell’Archivo General de Simancas (AGS) il cui peso è invece notevole, non solo in termini quantitativi. Si tratta, com’è noto, della documentazione prodotta dai visitatori generali che periodicamente vagliano l’efficienza dell’apparato amministrativo e militare (in questo caso meridionale, per gli anni 1559-64 e 1581-86). Una fonte pubblica, giudiziaria, che pure disvela talora la sfera delle relazioni private, che ha offerto inattese, preziose, aperture prospettiche, comunque un fondo che non contiene tutti quei documenti (carteggi, memorie...) che lo storico dei genovesi è d’altronde, per lo più, rassegnato a sognare. Perciò una storia, non sembri banale, che in questo caso davvero si fa, con certosina pazienza, a partire dal poco che resta, caparbiamente ponendosi sulle labili vestigia di una preda che lungamente sfugge. E così un approccio, in origine di tipo prevalentemente economico, ha potuto almeno permettersi di contemplare in egual modo anche il piano sociale e politico, alla luce dei successivi incroci documentari. Tra le fonti che chiamo ulteriori, ancora decisivo l’apporto di quelle simanchine (Estado, Napoles e Roma; Secretarías Provinciales) mentre è stata indubbiamente più fortunosa la scoperta di un secondo archivio privato, questa volta genovese (l’Archivio Privato De Mari Cambiaso). Non dimenticherò la fatica e l’emozione provate nel misurarmi con i protocolli notarili, a Napoli (ASN, Notai antichi; ACMN, Fondo Miscellanea) come a Barcellona (Arxiu Historic dels Protocols de Barcelona), quindi il contributo delle fonti vaticane (Archivi della Congregazione per la Dottrina della Fede; Archivio Segreto) e altamurane (i Libri dei Battesimi dell’Archivio Capitolare, gli inediti dell’ABMC) È inspiegabilmente negletto -e non parlo dei soli modernisti- il fondo della Consulta Araldica (ACS), forse perché poco noto o piuttosto colpa di taluni preconcetti (patetiche beghe e insipienti scartoffie, opera di prezzolati eruditi); peccato, giacché può rivelarsi un’autentica miniera, specie nei casi di Fascicoli nobiliari contenenti documenti originali o copie ed estratti di fonti ormai perdute. Aggiungo poi che il tramonto della nobiltà, col miserere ideologico che l’accompagna, di un’aristocrazia italiana, vorrei dire, intenta a dettare testamento, non mi è affatto parso une scenario privo di stimoli.

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